I SEGRETI DEL VATICANO (1/3) – La Santa Sede e il coinvolgimento di preti e suore nell’olocausto di un milione di Serbi

Il primo di una serie di tre interessanti articoli che fanno luce su crimini orrendi e impuniti che non devono essere dimenticati.

10 aprile 1941: le truppe della Wehrmacht tedesche si uniscono a quelle fasciste di Ante Pavelić, il criminale che voleva fare della Croazia uno stato nazionalsocialista a modello della Germania. Due giorni dopo, Hitler divide il territorio jugoslavo tra Germania, Italia, Ungheria (che condivideva gli ideali fascisti e cattolici) e lascia la Croazia a Pavelić concedendole lo status di nazione ariana.

In questo scenario si consumerà uno dei peggiori crimini di ogni tempo, i cui autori non sono stati né processati, né condannati e di cui La Santa Sede condivide enormi responsabilità.

Chi era Ante Pavelić?

Una fotografia del criminale e dittatore croato Ante Pavelić

Una fotografia del criminale e dittatore croato Ante Pavelić

Il dittatore croato era un vero e proprio assassino assetato di sangue ma per le gerarchie cattoliche, imprigionate nelle problematiche di uno scomodo e in qualche modo forzato patto con Hitler (Reichskonkordat, 29 luglio 1933) e allo stesso tempo osservate dal mondo come guida morale dei cattolici, rappresentava una possibilità unica: Pavelić era infatti stranamente devoto al cattolicesimo, in netto contrasto con gli orrori che contraddistinsero il suo governo. I croati di Pavelić volevano eliminare fisicamente tutti i Serbi dalla Croazia, perché di etnia diversa e di religione ortodossa. Allo stesso modo anche gli Ebrei furono duramente perseguitati dal regime croato detto Ustasha.

La devozione di Pavelić nei confronti del Papa e del cattolicesimo, tipica dei regimi di destra come quello argentino di Perón, fu evidente nel novembre 1939 quando si recò in pellegrinaggio a Roma per la santificazione di un frate francescano, Nikola Tavelić. Come vedremo, l’ordine francescano, malgrado gli alti e nobili ideali su cui si fonda e la natura pacifica e genuina del suo fondatore, si rese complice dei più orribili crimini e uccisioni di massa nei campi di concentramento croati, uno dei quali era diretto proprio da un religioso di quest’ordine.

Pavelic attorniato da frati francescani. Saranno loro a macchiarsi dei crimini più efferati nella Croazia ustasha

Pavelic attorniato da frati francescani. Saranno loro a macchiarsi dei crimini più efferati nella Croazia ustasha

Il sostegno di Pio XII al regime Ustasha si pone come uno dei più grandi errori morali di questo pontificato ed era motivato dal desiderio del Vaticano di creare un grande Stato pan-danubiano, dove varie nazioni fossero unite in una confederazione cattolica fedele al Papa. L’area geopolitica doveva essere quella intorno all’Austria, da generazioni roccaforte cattolica, e l’Ungheria.  Questo progetto, che contrastava con le volontà egemoniche di Hitler, era accarezzato da anni dalle gerarchie del Vaticano ma si manifestava di nuovo con un patto col Diavolo, allo stesso modo del Reichskonkordat: già nel 1939 circolavano voci su uccisioni di serbi civili che furono confermate l’anno successivo e dal 25 aprile del 1941 la repressione sui serbi e sugli ebrei si fece molto intensa e documentata dai quotidiani italiani ed esteri. In Croazia furono applicate leggi simili a quelle di Norimberga, vennero vietate le pubblicazioni in cirillico (utilizzato dai serbi di religione ortodossa). Allo stesso tempo cominciarono a intravedersi le prime avvisaglie delle conversioni forzate: i sacerdoti cattolici cominciarono a costringere i serbi ortodossi a convertirsi al cristianesimo cattolico. In questo modo non solo avrebbero avuto benefici ma avrebbero evitato gravi persecuzioni da parte del regime.

Il 18 maggio 1941 il Poglavnik era di nuovo a Roma dove fu ricevuto con tutti gli onori da Pio XII, il Papa benedisse il terrorista autore e pianificatore di crimini violenti e sanguinari, come l’assassinio del Re Alessandro di Yugoslavia e del Ministro degli Esteri francese Jean Louis Barthou (l’azione pianificata da Pavelić ebbe luogo a Marsiglia il 9 ottobre 1934). Nonostante si conoscessero i particolari della vita di Pavelić e le sue attività, lo stato della Croazia fu ufficialmente riconosciuto in questa occasione dalla Santa Sede.

Gli orrori dell’Olocausto dimenticato

L’indagine che C. Falconi compì negli anni ’60 del secolo scorso[1] sul regime croato accertò violenze di ogni genere a un livello mai raggiunto nemmeno dalle SS di Himmler. In effetti le truppe croate ustasha erano ben diverse dalle professionali e organizzate schiere dell’Ordine Nero delle SS: erano più simili a macellai che mutilavano i cadaveri e torturavano uomini donne e bambini per il puro gusto sadico di farlo. I serbi che furono seviziati e massacrati nei campi di concentramento croati alla fine ammontarono almeno  750.000 cifra molto probabilmente in difetto.

Le donne serbe venivano sistematicamente violentate e torturate dopodiché venivano loro tolti gli occhi e infine uccise

Le donne serbe venivano sistematicamente violentate e torturate dopodiché venivano loro tolti gli occhi e infine uccise

Gli Ustasha erano soliti utilizzare asce e seghe per decapitare i civili serbi e una delle più comuni forme di violenze riguardava l’estrazione degli occhi: furono sviluppate armi come il Srbosjek o taglia-serbi, un bracciale di cuoio con una lunga lama sotto il polso, utilizzato per sventrare i corpi di persone ancora vive. Un’altra pratica comune era quella di tagliare le orecchie ai prigionieri, un’altra ancora estrarre il cuore ancora pulsante.

Soldato Ustasha in posa in una fossa comune di prigionieri. Campo di concentramento di Jasenovac

Soldato Ustasha in posa in una fossa comune di prigionieri. Campo di
concentramento di Jasenovac

Curzio Malaparte, nel libro Kaputt, riportò la sua esperienza autobiografica in Croazia come capitano e giornalista. Sia lui che altri testimoni menzionano l’abitudine degli Ustasha di strappare gli occhi ai prigionieri, in questo caso per farne omaggio al Pglavnik:”Mentre si parlava, io osservavo un paniere di vimini posto sulla scrivania, alla sinistra del Poglavnik. Il coperchio era sollevato, si vedeva che il paniere era colmo di frutti di mare, così mi parvero, e avrei detto di ostriche, ma tolte dal guscio, come quelle che si vedono talvolta esposte, in grandi vassoi, nelle vetrine di Fortnum and Mason, in Piccadilly a Londra. Casertano (ministro italiano a Zagabria, ndr) mi guardò, stringendo l’occhio: “Ti piacerebbe, eh, una bella zuppa di ostriche!”. “Sono ostriche della Dalmazia?”, domandai al Poglavnik. Ante Pavelić sollevò il coperchio del paniere e mostrando quei frutti di mare, quella massa viscida e gelatinosa di ostriche, disse sorridendo, con quel suo sorriso buono e stanco: ” E’ un regalo dei miei fedeli ustasha: sono venti chili di occhi umani”[2]

Mazza di legno utilizzata nel campo di Jasenovac per frantumare il cranio dei prigionieri

Mazza di legno utilizzata nel campo di Jasenovac per frantumare il cranio dei prigionieri

Sembra davvero poco probabile che Pacelli non fosse stato avvisato dal legato Pontificio Ramiro Marcone, inviato in Croazia in luglio, degli orrori croati. Marcone era spesso in compagnia di Pavelić e delle alte gerarchie ustasha, come dimostrano le fotografie d’epoca.

Inoltre, secondo una nota dell’Osservatore romano, Marcone conosceva il destino degli Ebrei e le violenze a cui erano sottoposti[3]

Un'intera famiglia serba sterminata durante un raid Ustasha-1941

Un’intera famiglia serba sterminata durante un raid
Ustasha-1941

I Documenti Mancanti

E’ degno di nota che negli Atti della Santa Sede relativi alla seconda guerra mondiale messi a disposizione dagli studiosi in rete, non vi sia traccia di queste relazioni che Ramiro Marcone, in qualità di legato pontificio, inviava regolarmente a Pacelli. Questo fatto, insieme ad altri documenti che sembrano mancare nella intera documentazione getta un’ombra oscura sull’intera raccolta: è possibile che il Vaticano non abbia inserito note e comunicati che in qualche modo possano comprometterne l’immagine pubblica?  É indicativo che L’Osservatore Romano ne parli ma la documentazione ufficiale storica non presenta alcuno scritto del legato pontificio. Ramiro Marcone in qualità di osservatore in Croazia è letteralmente scomparso dagli archivi vaticani, almeno in quelli resi pubblici, del periodo 1939-1941. Riappare verso il 1943 in alcune comunicazioni dirette da Maglione a lui, riguardo alle attività della Chiesa in Croazia e all’arcivescovo  Stepinac.

Cosa portò Pio XII a collaborare con un regime così anticristiano? Il Vaticano vide Mussolini come uno dei baluardi per la preservazione della Chiesa e dei suoi interessi non solo in Italia ma anche a oriente, in particolare in Yugoslavia, dove la Chiesa ortodossa, sostenuta dai Serbi, era sempre più forte. L’idea di Mussolini era di fare dell’Adriatico un mare italiano, conquistando Slovenia, Dalmazia, Montenegro e Kosovo, a fianco di Hitler. Per fare questo negli anni ’30 strinse rapporti stretti con Pavelić che si era distinto politicamente come fautore di una Croazia libera dai Serbi, nazionalista e nazifascista, e gli permise di addestrarsi e rimanere in Italia per qualche tempo. Inoltre fece ampie donazioni di denaro a Pavelić sostenendo di fatto la creazione della nazione Ustasha croata.

La Mano di Dio in Azione

L'Arcivescovo Stepinac autore e organizzatore delle peggiori stragi di Serbi in territorio croato

L’Arcivescovo Stepinac autore e organizzatore delle peggiori stragi di Serbi in territorio croato

Il Vaticano fece lo stesso nella persona dell’Arcivescovo di Zagabria Alojzije Viktor Stepinac, che sarà beatificato tra molte polemiche da Giovanni Paolo II nel 1998. Stepinac collaborò strettamente con il regime Ustasha, sostenendo in ogni modo la politica cruenta del Poglavnik: dalla fondazione del Governo diede a Pavelić la benedizione della Chiesa (13 aprile 1941) comparando la nascita della nuova nazione alla resurrezione di Cristo. Il 28 aprile scrisse una lettera pastorale al clero cattolico ordinando di sostenere in ogni modo il Führer croato. Descrisse il Poglavinik come “la mano di Dio in azione”[4]. La lettera venne trasmessa alla radio e letta in ogni parrocchia cattolica croata.

 

La Chiesa coinvolta nei più orrendi crimini in Croazia

Ciò che divenne tristemente noto in seguito fu che la Chiesa cattolica in Croazia si macchiò dei più orrendi crimini al seguito della bande di Ustasha che si aggiravano nel paese alla ricerca di Serbi ortodossi.[5] Stepinac diresse personalmente le bande composte anche da preti e frati, specialmente francescani che si prestavano per le conversioni forzate, essi divennero così famosi come assassini di intere famiglie di Serbi e per le torture inflitte ai prigionieri dei campi di concentramento croati, costruiti sul modello di quelli tedeschi.

Nel febbraio del 1942 per es. l’Arcivescovo Stepinac alla riunione del Parlamento Croato invocò lo Spirito Santo sulle lame dei pugnali degli Ustasha affinché compissero la loro opera di pulizia etnica nel paese. L’obbiettivo comune della Chiesa e di Pavelić, era l’eradicazione completa della Chiesa Ortodossa e dell’etnia serba, che la professava.[6]

Per fare questo Stepinac giunse a organizzare campi di concentramento, come quello di Jasenovac e diStara Gradiška  diretti entrambi dal frate Miroslav Filipović che si rese colpevole degli orrori più cruenti e nonostante questo non rinunciava a vestire la tonaca del suo ordine francescano, motivo per cui era conosciuto tra i prigionieri con il nome di Fra Sotona, Frate Satana.

iroslav Filipovic-Majstorovic, il frate cattolico che diresse il campo di concentramento di Jasenovac

Miroslav Filipovic-Majstorovic, il frate cattolico che diresse il campo di concentramento
di Jasenovac

La sua personalità era tipica degli Ustasha, al limite della follìa, in grado di compiere le torture più orribili e poi pregare, come nel 1944 quando disse messa nel campo e subito dopo raccolse i prigionieri e uccise con un coltello quattro detenuti mentre costringeva un ebreo a cantare, ordinando poi a un sottoposto di pugnalare il prigioniero e tagliargli la gola.[7] Scene come queste erano comuni sia nei campi di concentramento che nelle operazioni di pulizia etnica che gli Ustasha organizzavano regolarmente sostenuti dagli ordini religiosi.

Nel 1946 Filipović fu processato per crimini di Guerra a Belgrado. Si dimostrò la sua colpevolezza in innumerevoli casi e fu condannato a morte per impiccagione. Volle morire con indosso la sua tonaca da frate francescano.[8]

Nella sua battaglia criminale percepita come una crociata benedetta da Dio, Stepinac era attorniato da altri membri del clero di elevato livello, come l’Arcivescovo di Sarajevo, Ivan Šarić, soprannominato “il boia dei Serbi”, la cui azione fu ancor più diretta e violenta del suo superiore. Stepinac, per esempio, tendeva a limitare la violenza riguardo ai Serbi convertiti al cattolicesimo e in definitiva li avrebbe risparmiati; Šarić invece era convinto della necessità di ucciderli tutti, mettendo in ridicolo coloro che non avevano abbastanza fegato per il genocidio, per usare le sue parole: ”Sarebbe stupido e indegno di discepoli di Cristo pensare che la battaglia contro il Male debba essere compiuta in modo nobile e con i guanti.”

Falconi presenta anche documenti dagli archivi vaticani che evidenziano le responsabilità dell’arcivescovo di Sarajevo nelle violenze e nelle espropriazioni nei riguardi di ebrei in Bosnia.[9]

Suore cattoliche marciano insieme a soldati ustasha

Suore cattoliche marciano insieme a soldati ustasha

-Preti-armati-di-fucili-in-addestramento-nella-Plaza-de-Toros-a-Siviglia

-Preti-armati-di-fucili-in-addestramento-nella-Plaza-de-Toros-a-Siviglia

(Fine parte 1/3)

[1] C: FALCONI, Il Silenzio di Pio XII, Milano, Sugar, 1965

[2] C. MALAPARTE, Kaputt, Adelphi, 2009, p. 429

[3] L’Osservatore Romano, versione on-line, 22 agosto 2013, reperibile alla pagina web: http://www.osservatoreromano.va/it/news/missione-in-croazia-per-conto-di-pio-xii

[4] C. Falconi, cit., pp. 272-273

[5] A. MANHATTAN, The Vatican Holocaust, Springfield, Missouri, Ozark Books, 1982 cap. 3. Il testo, molto interessante e storicamente eccezionalmente accurato, è disponibile  libero da diritti d’autore all’indirizzo web: http://www.reformation.org/holocaus.html#Contents

[6] Molto utile sull’attività di Stepinac e della Chiesa Cattolica in Croazia è il testo di M. A. RIVELLI, L’Arcivescovo del Genocidio, Kaos Ed., 1999

[7] Vedi la testimonianza di Simo Klaic al processo per crimini di guerra a Dinko Sakic, uno dei comandanti di Jasenovac alla pagina web:  http://public.carnet.hr/sakic/hinanews/arhiva/9903/hina-23-m.html

[8] E. PÂRIS, Genocide in satellite Croatia, 1941-1945:a record of racial and religious persecutions and massacres, American Institute for Balkan Affairs, 1961, page 190

[9] C. FALCONI, cit., pp. 294 e sgg.

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