READINESS 2030 – l’Europa si prepara alla guerra

IL PUNTO GEOPOLITICO: Capire dove stiamo andando

Di Pierluigi Tombetti per Boundless

Il 4 marzo 2025 Ursula von der Leyen ha annunciato il piano bellico che impegnerà le nazioni europee per questo decennio e il successivo. Il nome scelto dalla Commissione era brutale nella sua chiarezza: ReArm Europe.

Non “cooperazione difensiva”, non “sicurezza comune”, non “resilienza industriale”, ma riarmare l’Europa. Pochi giorni dopo, per ridurre l’impatto di una parola troppo esplicita, il programma è stato denominato con una formula più neutra, Readiness 2030, ma la sostanza non è cambiata: fino a 800 miliardi di euro mobilitati per trasformare l’Unione Europea in una struttura capace di sostenere una lunga fase di confronto militare, industriale e strategico.

I documenti ufficiali della Commissione parlano di un “massive defence investment surge”, cioè di un aumento massiccio degli investimenti nella difesa. Il Consiglio dell’Unione Europea indica che la spesa militare dei Paesi membri è arrivata a 343 miliardi di euro nel 2024 e raggiunge una stima di 381 miliardi nel 2025, con un aumento dell’11% in un solo anno e del 62,8% rispetto al 2020.

La European Defence Agency aggiunge un dato decisivo: nel 2025 circa 130 miliardi di euro vengono destinati agli investimenti militari, cioè acquisti, sistemi d’arma, ricerca, sviluppo e capacità operative. Non si tratta più di correggere anni di sottofinanziamento. È un cambio di regime.

Il 25 giugno 2025, al vertice NATO dell’Aia, gli alleati hanno formalizzato un obiettivo ancora più pesante: arrivare entro il 2035 al 5% del PIL destinato alla difesa e alla sicurezza, di cui almeno 3,5% per spese militari fondamentali e 1,5% per infrastrutture, industria, cyber-sicurezza e resilienza strategica.

Questo dato cambia completamente la natura del discorso: la NATO non chiede semplicemente più carri armati o più missili. Chiede che intere economie nazionali vengano riorganizzate attorno alla sicurezza, alla produzione militare e alla capacità di sostenere uno scontro prolungato.

PERCHÉ READINESS 2030?

La linea è chiara: l’Europa si sta preparando a una guerra ad alta intensità, o almeno a una fase storica nella quale la guerra diventa il presupposto permanente della politica.

La storia conosce bene questo meccanismo: prima del 1914, le grandi potenze europee si riarmarono in nome della deterrenza, dell’equilibrio e della sicurezza nazionale. La Germania imperiale ampliava la flotta per competere con la Royal Navy britannica; la Francia riorganizzava il proprio esercito; la Russia accelerava la mobilitazione ferroviaria; l’Austria-Ungheria cercava di compensare la propria fragilità interna con la rigidità militare. Nessuna capitale europea dichiarava apertamente di volere una guerra generale, ma tutte costruivano strumenti, dottrine e alleanze che rendevano quella guerra sempre più probabile.

Negli anni Trenta accadde qualcosa di simile, con forme diverse e ancora più drammatiche. La Germania nazista ricostruì la propria macchina bellica violando il trattato di Versailles; l’Italia fascista inseguì la sua illusione imperiale; il Giappone militarista trasformò l’Asia orientale in un campo di espansione armata; Francia e Gran Bretagna, dopo anni di esitazione, entrarono in una fase di riarmo tardivo. Anche allora la parola pubblica era “sicurezza”. Anche allora il risultato fu la guerra.

RICONOSCERE UN MODELLO PSICOLOGICO SIMILE NELLA STORIA

Il punto non è sostenere che la storia si ripeta meccanicamente. Il punto è riconoscere un modello: quando governi, industrie, alleanze militari, banche pubbliche, fondi d’investimento e apparati strategici convergono simultaneamente verso il riarmo, e i media vengono utilizzati per sostenere questa linea, la società viene progressivamente spostata dentro una logica di guerra, anche se ai cittadini viene detto che tutto avviene per preservare la pace.

La frase più rivelatrice è proprio quella usata spesso dalla leadership europea: prepararsi alla guerra per preservare la pace. È un antico principio latino, “si vis pacem, para bellum”, se vuoi la pace prepara la guerra, ma nella sua applicazione contemporanea produce un effetto preciso: normalizza la militarizzazione dell’economia e trasforma ogni dubbio in irresponsabilità, ogni richiesta di diplomazia in ingenuità, ogni opposizione al riarmo in sospetto cedimento al nemico.

Ursula von der Leyen, ex ministra della Difesa tedesca e oggi presidente della Commissione Europea, è il volto politico di questa svolta.

Kaja Kallas, alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ne rappresenta il tono più duro, segnato dall’esperienza baltica e da una lettura della Russia come minaccia permanente.

Kaja Kallas, Alta rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza e vicepresidente della Commissione europea. (CC-BY-4.0 © European Union 2024– Source EP)

Mark Rutte, segretario generale della NATO, traduce questa impostazione nel linguaggio dell’Alleanza Atlantica. Donald Trump, da Washington, aggiunge la pressione decisiva: gli europei devono pagare molto di più per la propria difesa.

Mark Rutte (© European Union, 2026, CC BY 4.0)

Il risultato è una convergenza perfetta. Bruxelles vuole costruire una capacità militare europea; la NATO chiede livelli di spesa senza precedenti; gli USA pretendono che l’Europa sostenga costi maggiori; l’industria della difesa vede aprirsi una stagione di contratti enormi; i governi nazionali possono giustificare nuovo debito e nuove spese con l’argomento supremo della sicurezza contro il pericolo di una aggressione russa.

In contrasto, i popoli europei non chiedono la guerra. Chiedono salari, sanità, sicurezza sociale, energia accessibile, controllo dell’immigrazione, stabilità, futuro per i figli, fine dell’inflazione e pace, che in questo modo non potranno avere nella misura sperata perchè i fondi preziosi per questi servizi essenziali si assottiglieranno molto.

I sondaggi mostrano un quadro complesso: una parte significativa dell’opinione pubblica sostiene la cooperazione europea sulla difesa e il sostegno all’Ucraina, ma questo consenso è parziale e non coincide con un entusiasmo popolare per una lunga economia di guerra. Al contrario: ad esempio, nel totale silenzio dei media, le nostre fonti in Germania affermano che nonostante la situazione economica al momento piuttosto difficile, molti cittadini contrari alla guerra per motivi di coscienza stanno perdendo il lavoro perché le aziende in cui prestavano servizio sono state in breve tempo riconvertite in fabbriche di armamenti o di forniture belliche.

SENZA IL CONSENSO DEI CITTADINI

 La distanza tra popoli ed élite è reale e documentata ed è proprio questa distanza a rendere inquietante l’intero processo.

ReArm Europe non nasce da una grande consultazione popolare. Non nasce da un referendum europeo. Non nasce da un mandato esplicito dei cittadini. Nasce dall’alto, dentro un sistema istituzionale in cui Commissione, Consiglio, NATO, governi nazionali, apparati militari e industria strategica procedono per accumulazione di decisioni tecniche che, sommate, producono una trasformazione storica. Nessuna singola misura appare come una dichiarazione di guerra; tutte insieme compongono l’architettura di una società che si prepara alla guerra.

Il punto centrale è questo: quando un continente decide di mobilitare 800 miliardi di euro, quando porta la spesa militare verso il 5% del PIL, quando trasforma la Banca Europea per gli Investimenti, i fondi pubblici, le regole fiscali e le politiche industriali in strumenti al servizio della Difesa, non sta semplicemente “migliorando la prontezza”. Sta ridefinendo la propria identità politica.

L’Europa del dopoguerra era stata costruita su una promessa: mai più guerra sul continente. L’Europa del 2025-2035 si sta edificando su un’altra promessa: essere pronta alla guerra per non subirla. È una mutazione enorme, e viene presentata come inevitabile quando non lo è affatto.

Qui si trova il vero problema. Ogni riarmo su vasta scala crea interessi propri. Una volta aperti i canali finanziari, una volta firmati i contratti, una volta ampliati gli stabilimenti, una volta assunti ingegneri, tecnici, analisti, produttori di munizioni, fornitori di componenti elettronici, società di cyber-sicurezza e costruttori di droni, il riarmo non resta più una misura temporanea. Diventa un ecosistema. E ogni ecosistema tende a difendere la propria crescita.

Alla vigilia della Prima guerra mondiale, i governi europei parlavano di equilibrio; alla vigilia della Seconda guerra mondiale, parlavano di sicurezza nazionale; oggi parlano di deterrenza, resilienza e readiness.

Il linguaggio cambia, la dinamica resta riconoscibile: il potere politico prepara la società a una minaccia, l’industria riceve le risorse per affrontarla, i cittadini vengono educati ad accettare sacrifici, e la diplomazia viene progressivamente subordinata alla logica della forza. Solo come esempio, in Germania dal 1° gennaio 2026 gli uomini tra i 17 e i 45 anni devono ottenere un’autorizzazione dall’Esercito per trascorrere più di tre mesi all’estero. Se anche a causa delle polemiche conseguenti questa norma è stata temporaneamente sospesa, essa rimane attivabile in qualunque momento in caso di tensioni o pericolo per la nazione.

La conclusione è netta: ReArm Europe non è un semplice programma di difesa. È il segnale che le classi dirigenti europee considerano conclusa l’epoca della pace garantita e aperta l’epoca della preparazione permanente al conflitto.

LE AFFERMAZIONI EPOCALI DELLA PRESIDENTE UE CHE DELINEANO IL FUTURO E IL DISEGNO GLOBALE

Il 18 marzo 2025 durante il suo discorso alla Royal Danish Military Academy di Copenaghen, Ursula von der Leyen ha fatto dichiarazioni molto chiare: ha affermato che l’era della pace in Europa è finita e ha sottolineato che l’Unione deve prepararsi al riarmo e alla guerra.

Ursula von der Leyen (CC-BY-4.0 © European Union 2023– Source EP)

Da un punto di vista geopolitico e storico, si tratta di pura fiction, e ci si farebbe sopra due risate dissertando sulla sanità mentale di questa leader se la questione non fosse così seria, ma la signora von der Lyen va oltre affermando una cosa di una importanza straordinaria, già preannunciata da presidenti europei e americani in molte occasioni in passato: “(…) il punto è che dobbiamo vedere il mondo così com’è e dobbiamo agire immediatamente per affrontarlo, perché nella seconda metà di questo decennio e oltre si formerà un nuovo ordine internazionale.

Il modo in cui viene data questa notizia è molto particolare, non si ipotizza, non si chiede, semplicemente si afferma, ovvero, è già stato deciso. Quali siano le linee guida di questo Nuovo Ordine non viene specificato.

Ad ogni modo riassumiamo qui le linee principali del suo intervento:

  1. L’era della pace è terminata e ci si deve preparare a una guerra
  2. Verso il 2030 e oltre è decisa (non dice naturalmente da chi) la creazione di un Nuovo Ordine Mondiale in cui le cose evidentemente cambieranno di molto. La guerra è in qualche modo legata alla creazione di questa nuova situazione globale.

Tali affermazioni sono state ribadite e ampliate nel corso dello stesso anno, incluso l’intervento di metà dicembre 2025 all’Europarlamento e il Discorso sullo Stato dell’Unione.

RISTABILIAMO LA VISIONE CORRETTA DELLA REALTÀ

La realtà effettiva è invece molto diversa, da qualunque punto la si osservi: non esiste alcuna minaccia all’Unione Europea: la Russia, colpita da numerose inutili sanzioni che hanno avuto il solo effetto di impoverire i cittadini europei, secondo le proposte di Putin è sempre disposta al dialogo e a continuare le forniture di gas e altre materie prime. Per ridurre di colpo la tensione geopolitica basta semplicemente invitare il presidente russo a un tavolo e concludere con lui accordi di non belligeranza e anche accordi commerciali.

Tutto ciò, insieme a una narrativa mediatica internazionale veramente imbarazzante nel dare notizie in maniera impropria e fornendo punti di vista molto lontani dalla realtà, è molto strano: da sempre le nazioni fanno tentativi diplomatici di fronte all’acuirsi delle tensioni internazionali.

Al contrario la strategia della UE non si propone alcun tentativo di dialogo con la Russia, nessun tentativo diplomatico, semplicemente si inviano armi e specialisti di armi in Ucraina, prendendo effettivamente parte alla guerra contro la Russia, e si obbligano i paesi UE a tagliare i fondi a sanità, scuole, servizi, ecc. per destinarli al ReArm Europe.

Questo indica semplicemente che l’Europa, che significa ormai esclusivamente le potenti forze economiche dietro le quinte che sostengono von der Leyen, Kallas & Co., sta velocemente gettando le basi per un conflitto armato definito “inevitabile” avente lo scopo di creare un Nuovo Ordine Mondiale.

Sembrerebbe una tesi cospirazionista se non fossero parole della Presidente dell’Unione Europea.

In definitiva la via intrapresa dall’UE serve unicamente a uno scontro diretto NATO – Russia, atteso dagli analisti per la fine di questo decennio, (Readiness 2030 significa che bisogna essere pronti per il 2030) che non potrà che portare una distruzione totale e al prosciugamento di ogni risorsa. Questo sì che spingerebbe le nazioni a unirsi nella creazione di un Nuovo Ordine Globale.

FONTI

Introducing the White Paper for European Defence and the ReArm Europe Plan- Readiness 2030

Speech by President von der Leyen on European defence at the Royal Danish Military Academy

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